HATE SPEECH SUI SOCIAL: QUANDO I COMMENTI ONLINE DIVENTANO UNO STRUMENTO DI ODIO
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I social media costituiscono oggi uno spazio che favorisce comunicazione, condivisione di opinioni e in generale partecipazione alla vita sociale. Lo stesso ambiente digitale, tuttavia, può favorire la diffusione di contenuti offensivi, discriminatori e denigratori, rendendoli rapidamente accessibili a un pubblico molto ampio.
In questo contesto si inserisce il fenomeno dell’hate speech, con cui si fa riferimento a forme di comunicazione basate sull’odio o sul pregiudizio nei confronti di una persona o, più frequentemente, di un gruppo, in relazione alla loro origine, appartenenza etnica o religiosa, genere o orientamento sessuale.
Quando si parla di linguaggio d’odio online è importante distinguerlo da cyberbullismo. Nel cyberbullismo, l’elemento centrale è la prevaricazione tra pari: una persona viene offesa, umiliata, minacciata o esclusa attraverso strumenti digitali. Il bersaglio è quindi la singola persona e la relazione con chi agisce. Nel cyberhate, invece, l’aggressione è legata al pregiudizio nei confronti di una persona in quanto appartenente, o percepita come appartenente, a un determinato gruppo, ad esempio per origine, etnia, religione, genere o orientamento sessuale.
L'hate speech può avere effetti negativi sia sulle persone direttamente colpite sia su coloro che vi sono esposti come osservatori. L'esposizione ripetuta a contenuti d'odio è associata a emozioni quali paura, rabbia, tristezza e senso di insicurezza, e può influire sul benessere psicologico e sul senso di appartenenza sociale. Inoltre, quando questi contenuti diventano frequenti negli spazi digitali, possono contribuire a far percepire discriminazione e ostilità come comportamenti più accettabili, favorendone la normalizzazione.
Quando l’odio diventa normale
A rendere complesso il fenomeno non è solo il contenuto dei messaggi, ma anche il contesto in cui vengono condivisi ed osservati. Quando atteggiamenti offensivi o discriminatori vengono riproposti e tollerati all'interno di un gruppo, possono progressivamente apparire più accettabili.
Molte persone entrano in contatto con contenuti d’odio semplicemente come osservatori, anche senza essere direttamente coinvolte. Le loro reazioni possono però contribuire a determinarne la diffusione e la percezione: ignorare, condividere, commentare o prendere le difese della persona colpita sono comportamenti molto diversi. L’osservatore può quindi contribuire alla normalizzazione dell’odio, ma anche interromperne la diffusione.
Capire che un commento è offensivo o discriminatorio non significa necessariamente essere pronti a intervenire. Di fronte a un contenuto d’odio, infatti, si può riconoscere che ciò che si sta osservando è problematico e scegliere comunque di non esporsi, per indifferenza, timore o semplice difficoltà nel capire come reagire.
La prevenzione, quindi, non riguarda soltanto la capacità di riconoscere l’hate speech, ma anche quella di non amplificarlo e, quando possibile, di contrastarlo. In un ambiente in cui un singolo commento può essere rapidamente visto, condiviso e riproposto, anche chi osserva può contribuire a determinarne la diffusione o, al contrario, può aiutare a interromperla.
Prevenire l’hate speech: educare a riconoscere e intervenire
La prevenzione dell'hate speech non consiste solo nel riconoscere e definire i contenuti d'odio, ma anche nel contrastare i pregiudizi, promuovere norme sociali inclusive e favorire risposte adeguate quando si incontrano questi contenuti online. Le evidenze più recenti mostrano infatti che il contesto sociale delle interazioni digitali influenza il modo in cui l'odio viene percepito, tollerato o contrastato.
Il contrasto all’hate speech coinvolge anche le piattaforme digitali. Dal 2016 l'Unione europea promuove un Codice di condotta per il contrasto dell'illecito incitamento all'odio online, sviluppato insieme alle principali piattaforme digitali. Il Codice è stato aggiornato e il 20 gennaio 2025 è stato integrato nel quadro del Digital Services Act.
Tra gli impegni previsti vi sono una gestione più efficace delle segnalazioni di contenuti d'odio illegali, una maggiore trasparenza sulle misure adottate e la condivisione di dati sul fenomeno. Le piattaforme sono inoltre chiamate a fornire informazioni più dettagliate sulla diffusione dei contenuti, compreso il ruolo dei sistemi di raccomandazione, e a raccogliere dati distinti per diverse forme di odio, come quelle basate su razza, etnia, religione, identità di genere o orientamento sessuale. Il Codice prevede anche un sistema di monitoraggio periodico.
Per saperne di più:
Madriaza, P., Hassan, G., Brouillette-Alarie, S., Mounchingam, A. N., Durocher-Corfa, L., Borokhovski, E., Pickup, D., Paillé, S. (2025). Exposure to hate in online and traditional media: A systematic review and meta-analysis of the impact of this exposure on individuals and communities.Campbell systematic reviews,21(1),e70018. https://doi.org/10.1002/cl2.70018
Jiménez-Díaz, O., Del Rey, R. (2025). Cyberhate in adolescents and youths: A systematic review of labels and associated factors. Aggression and Violent Behavior, 81, 102023. https://doi.org/10.1016/j.avb.2024.102023
Windisch, S., Wiedlitzka, S., Olaghere, A., Jenaway, E. (2022). Online interventions for reducing hate speech and cyberhate: A systematic review. Campbell Systematic Reviews, 18, e1243. https://doi.org/10.1002/cl2.1243
The EU Code of conduct on countering illegal hate speech online - European Commission